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Linfodrenaggio manuale: la scuola Vodder e la scuola Leduc

Il linfodrenaggio manuale viene eseguito secondo i dettami di diverse scuole; le più note sono la scuola Vodder e la scuola Leduc.

La prima, probabilmente la più nota, nacque nella prima metà del XX secolo (fu presentata per la prima volta in pubblico nel 1936, a Parigi); nacque grazie a Emil Vodder. Questi, un dottore in filosofia, era nato a Copenaghen il 1896 e si era trasferito in Francia e svolgeva attività di fisioterapista nella città di Cannes. Il suo metodo, che aveva creato in collaborazione con la moglie Estrid, fu accolto entusiasticamente in campo estetico, ma il fatto che Vodder non appartenesse alla classe medica (aveva dovuto interrompere gli studi in seguito a problemi di salute) gli alienò l’approvazione da parte di quella categoria e ciò non gli facilitò le cose.

La scuola Leduc nasce qualche tempo dopo; le due scuole si basano essenzialmente sugli stessi principi, la differenza sostanziale sta nella tipologia dei movimenti.

La tecnica di Vodder è caratterizzata da alcuni gesti particolari:

  • movimenti a cerchi fermi
  • movimenti a pompaggio (il cosiddetto “tocco a pompa”)
  • movimenti erogatori
  • movimenti rotatori.

I movimenti rotatori vengono eseguiti appoggiando le dita piatte sulla cute del soggetto, poi si inizia a spingere disegnando cerchi fermi sulla medesima zona oppure allargandosi a spirale. La direzione della pressione dipende dal deflusso linfatico.

Nei movimenti a pompaggio il palmo delle mani è rivolto verso il basso, le dita si muovono facendo compiere alla cute spostamenti in senso ovale. Le dita sono ben tese e i polpastrelli non vengono utilizzati.

Nei movimenti erogatori si esegue un movimento a forma di spirale attraverso la rotazione del polso.

I movimenti rotatori vengono eseguiti alzando e abbassando il posso; si appoggia la mano sulla cute e si ruota disegnando una spirale; questi movimenti vengono eseguiti durante la fase pressoria.

Il linfodrenaggio secondo Leduc è basato su un numero minore di manovre e i protocolli sono diversi a seconda del tipo di disturbo che viene trattato. Il bendaggio degli arti colpiti da edema è parte integrante del trattamento; questo bendaggio non deve essere di tipo compressivo e deve essere applicato partendo dalla periferia e muovendosi verso il centro.

Le manovre principali della scuola Leduc sono due: la manovra di richiamo e quella di riassorbimento.

La prima manovra viene applicata sui collettori di evacuazione che si trovano a valle della zona che deve essere drenata; scopo principale di questa manovra è quello di svuotare i collettori.

La seconda manovra viene eseguita sulle zone infiltrate e ha lo scopo di far penetrare i liquidi nei vasi linfatici superficiali; questi poi trasportano la linfa in direzione dei collettori; scopo di questa manovra è quello di facilitare la rimozione delle proteine.

Nell’esecuzione del linfodrenaggio dovrebbero essere osservati tre principi basilari.

  • Il trattamento deve iniziare dalla zona prossimale; questa deve essere infatti svuotata prima di quella distale per permettere che i liquidi di quest’ultima trovino posto nel momento in cui fluiranno.
  • Dopo il trattamento, la cute trattata non deve presentare arrossamenti di alcun genere.
  • Il linfodrenaggio non deve essere causa di dolore.

Il linfodrenaggio non è una tecnica semplice e la manualità e l’esperienza dell’operatore sono fattori di fondamentale importanza.

I movimenti devono seguire il flusso linfatico e la frizione esercitata sulla cute non deve essere troppo pesante; il paziente, infatti, non dovrebbe avvertire dolore e, dopo la seduta, la pelle non dovrebbe arrossarsi.

Altri accorgimenti che il terapista deve adottare sono la temperatura dell’ambiente (né troppo calda né troppo fredda) e delle mani (che non devono essere fredde).

I muscoli del soggetto non devono essere in tensione e le zone che non sono interessate dal linfodrenaggio devono essere coperte.

La pressione esercitata dall’operatore deve aumentare in modo graduale e, una volta che la seduta si è conclusa, il paziente dovrebbe riposare per almeno un quarto d’ora.

Non devono essere usati né oli né creme in quanto il contatto con la cute del soggetto deve essere diretto; le creme o gli oli favorirebbero un eccessivo scivolamento delle mani lungo la zona da trattare, mentre l’attrito è fondamentale per spingere la cute e i liquidi ristagnanti in modo opportuno.

La pressione esercitata deve essere adeguata alla situazione; si deve evitare di incrementare il passaggio dei liquidi dai tessuti ai vasi ematici e si deve favorire il drenaggio dei liquidi linfatici.

 

I centenari italiani? Ecco scoperto il loro segreto!

Avete presente la zona del Cilento? Ecco, in quei paesini vivono moltissimi ultranovantenni. I ricercatori dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università della California a San Diego li hanno studiati e ‘messi sotto il microscopio’, identificando alcuni tratti psicologici comuni.

Lo studio, pubblicato su ‘International Psychogeriatrics’, svela che le persone tra i 90 e 101 anni avevano una salute fisica peggiore, ma un benessere mentale migliore rispetto ai membri più giovani della famiglia, tra i 51 ei 75 anni. Ottimismo, testardaggine e un forte legame con la famiglia, la terra e la religione emergono come i tratti caratteristici di questi grandi anziani.

Al centro dell’indagine 29 italiani molto in là con gli anni, provenienti da nove Paesi nella regione del Cilento. I ricercatori hanno usato delle scale di valutazione per salute mentale e fisica, oltre a interviste personali sulla vita di ciascun soggetto. Anche i figli o altri membri della famiglia più giovani sono stati sottoposti alle stesse valutazioni, e i ricercatori li hanno chiamati a descrivere storia e personalità dei loro parenti più anziani. Le risposte hanno anche suggerito che i partecipanti avevano una notevole sicurezza in se stessi e chiare capacità decisionali.

I ricercatori hanno in programma di seguire questi anziani con ulteriori valutazioni e di confrontare le associazioni con la salute fisica e psicologica.

Fonte: Adnkronos

linfodrenaggio Pioltello Physiorelax

Il linfodrenaggio: un aiuto per ridare vita al corpo

Con il termine linfodrenaggio ci si riferisce un insieme di tecniche manuali che permettono il drenaggio della linfa all’interno dei vasi linfatici.

Il linfodrenaggio solitamente è utilizzato per gli edemi, di solito provocati da un accumulo eccessivo di liquido interstiziale.

Non esiste una motivazione precisa del perché avvenga, ma ve ne sono diverse.

In troppi pensano che il linfodrenaggio sia solo una sorta di massaggio, in realtà si differenzia per i suoi effetti che si esplicano a livello della cute e del sottocute senza coinvolgere le fasce muscolari.

Le origini

In realtà il linfodrenaggio ha origini antichissime, ma per quanto riguarda la medicina occidentale, il primo a gettarne le basi fu un chirurgo austriaco vissuto a cavallo tra i secoli XIX e XX, Alexander Winiwarter.

Winiwarter lavorava su 3 procedure:

* un massaggio leggero con direzione da prossimale a distale

* compressione

* elevazione delle estremità al fine di favorire il deflusso linfatico.

La metodica di Winiwarter non ebbe particolari riscontri, ma diversi anni più tardi gli studi del chirurgo austriaco, furono ripresi e approfonditi da un dottore in filosofia, Emil Vodder e da allora il linfodrenaggio ha iniziato a essere utilizzato.

Il linfodrenaggio viene praticato attraverso delle specie di “carezze” effettuate in modo da non recare danno alle strutture dei capillari sanguigni e linfatici. Per effettuare correttamente determinate manovre è ovviamente necessaria una notevole conoscenza dell’anatomia dell’apparato linfatico e di come siano dislocate le varie strutture all’interno del corpo.

Uno dei principi chiave del linfodrenaggio è quello che i movimenti non debbano essere mai fatti dalla periferia verso il centro perché ciò potrebbe danneggiare la struttura trattata.

Le manovre che vengono effettuate tendono a smuovere la linfa spingendola verso gli sbocchi naturali. Sostanzialmente le fasi sono tre: appoggio, spinta e rilassamento. Il ritmo dei movimenti è caratterizzato da una certa lentezza.

Il linfodrenaggio ha controindicazioni assolute e controindicazioni relative (devono essere adottate determinate cautele); fra le prime vi sono i tumori maligni, le infiammazioni acute, l’edema cardiaco, la trombosi venosa profonda e lo scompenso cardiaco, mentre fra le controindicazioni relative vi sono le infiammazioni croniche, i tumori trattati, i disturbi tiroidei, l’asma bronchiale, lesioni precancerose cutanee, ipotonia e distonia vegetativa.

Anche coloro che soffrono di alterazioni pressorie (pressione bassa o ipertensione arteriosa) e le donne nei giorni del flusso mestruale dovrebbero astenersi da sedute di linfodrenaggio.

Esistono diversi tipi di linfodrenaggio che potete approfondire qui.

Per ulteriori informazioni chiamate in studio.

massaggio Pioltello Physiorelax

Fisioterapia: il metodo Bertelè

Ci sono diversi modi di fare fisioterapia. Se non lo conoscete, vi presentiamo il METODO BERTELE’.

Il Metodo Bertelè stato elaborato dalla Dottoressa Laura Bertelè, specialista in terapia fisica e riabilitazione motoria e psicologa: è un metodo basato sui principi del metodo della fisioterapista francese Françoise Mézières di cui la Dottoressa Bertelè è stata allieva e collaboratrice per l’insegnamento del metodo in Italia e all’estero.

Mézières ha osservato che nel corpo umano i muscoli formano delle unità funzionali chiamate catene muscolari: sono 5 e sono formate da più muscoli concatenati fra loro che si comportano come se fossero un solo muscolo troppo corto e troppo forte.

Queste catene sono grossi “elastici” che si schiacciano e si deformano provocando dolore e limitazione nei movimenti.

Il metodo Bertelè si differenzia dal metodo Mézières in quanto considera l’uomo nella sua globalità psicofisica. Ogni dolore, deformazione, contrattura viene presa in considerazione come sintomo di disagio e di sofferenza più profonda. Il disagio può essere riferito ad una difficoltà di relazione, di comunicazione della persona con se stessa e/o con l’ambiente circostante.

La finalità del metodo è quella di allungare questi “elastici” (che non dovrebbero essere potenziati) per permettere al corpo di riscoprire la sua posizione corretta e alle articolazioni, frenate da questi muscoli, di recuperare la mobilità. Contemporaneamente il metodo cerca di aiutare la persona a decodificare questo messaggio che viene dal suo profondo, dal suo inconscio.

È indicato per tutte le persone che vogliono migliorare la loro postura, la loro forma fisica, le loro capacità motorie (musicisti, ballerini, attori, sportivi) e per tutti coloro che vogliono prendere consapevolezza del loro corpo, per le persone che presentano problemi muscolari e articolari acute (ad esempio tendiniti, esiti di distorsioni, fratture, lussazioni, periartriti, lombalgie, cervicalgie, sciatalgie, ernia del disco) e cronici (artrosi, scoliosi, malattie reumatiche). Può essere usato con molta efficacia anche per le malattie neurologiche (per esempio emiplegie, tetraparesi spastiche), congenite ed acquisite.

Se volete provarlo, chiamateci. Se ne occupa la Dottoressa Erika Schirru.

 

Il sonno batte diabete e obesità

Dormire fa bene, ma questo non è una novità. Lo è però il fatto che il sonno aiuti a combattere diabete e chili di troppo. Ne sono convinti gli esperti riuniti al Congresso nazionale Ame (Associazione medici endocrinologi).

Il sonno “è uno dei sincronizzatori principali dei bioritmi e per questo un prezioso alleato della salute psico-fisica e della qualità di vita e presto, oltre alla sempre più frequente indicazione di praticare attività sportiva, il sonno ha buone possibilità di rientrare nelle prescrizioni mediche”.

“Il sonno – spiega Piernicola Garofalo, presidente Ame Onlus – è un processo attivo e dinamico che ha un impatto importante su molti aspetti della salute, della vita quotidiana e della crescita; ha molteplici funzioni quali la conservazione dell’energia, il consolidamento della memoria, il recupero psico-fisico e tante altre ancora. Inoltre interagisce con il sistema nervoso, endocrino e immunitario, influenzando i tre sistemi più complessi del nostro organismo che a loro volta condizionano qualità e quantità del sonno”.

Ma cosa c’entra il sonno con l’endocrinologia? “Quasi tutte le cellule del nostro corpo presentano un orologio biologico e molti geni si attivano o disattivano seguendo il ritmo circadiano – sottolinea Daniela Agrimi, dell’Ambulatorio di Endocrinologia, Diagnostica e Interventistica tiroidea, Asl Brindisi – L’alterazione dell’orologio biologico aumenta la probabilità di malattia e questo è particolarmente evidente per malattie metaboliche come il diabete di tipo 2 e l’obesità. Il nostro modello sociale che ci spinge a essere attivi h24 induce a ridurre le ore di sonno a favore di quelle di attività, e questo porta a una marcata alterazione delle oscillazioni ormonali che regolano il metabolismo”.

Molti studi hanno dimostrato che la riduzione delle ore di sonno aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, influenzando il modo in cui il nostro corpo processa il glucosio. L’utilizzo del glucosio è maggiore durante la veglia, mentre è più basso durante il sonno quando il metabolismo cerebrale del glucosio è rallentato e la captazione del glucosio da parte dei neuroni è ridotta del 30-40% rispetto allo stato di veglia. La deprivazione di sonno, anche parziale ma ripetuta nel tempo, o la compromissione della qualità del sonno con ripetuti risvegli durante la notte, modificano il metabolismo del glucosio e la secrezione di insulina, portando chi dorme meno di 6-7 ore per notte a un rischio maggiore di sviluppare il diabete.

Altri studi hanno anche messo in relazione un insufficiente riposo con l’aumento di peso: le persone che dormono abitualmente meno di 6 ore per notte hanno un indice di massa corporea (Bmi) più alto della media. Durante il sonno, il nostro corpo secerne ormoni che aiutano a controllare l’appetito e il metabolismo energetico. “Dormire poco – ricordano gli esperti – porta a uno squilibrio di questi e altri ormoni: è associato, ad esempio, a livelli più bassi di leptina, l’ormone che indica al nostro cervello di aver mangiato abbastanza cibo, e a livelli più alti di grelina che invece stimola l’appetito, con il risultato di avere più appetito e favorire il consumo di cibi ad alto contenuto calorico. Una persistente alterazione del ritmo sonno-veglia è quindi un fattore di rischio per malattie metaboliche al pari di inattività e una dieta sbilanciata”.

Fonte: adnkronos.com

Dieta senza glutine Pioltello

Sensibilità al glutine: come riconoscere che non è allergia

Sotto l’ombrello del termine “disordini glutine-correlati” sono comprese tutte le condizioni provocate dal consumo di alimenti contenenti tale sostanza.

La sensibilità al glutine non celiaca (NCGS, Non Celiac Gluten Sensitivity), descritta per la prima volta all’inizio degli anni ‘80, è una condizione caratterizzata da sintomi intestinali ed extra-intestinali provocati dall’introduzione di glutine con la dieta, non attribuibili a malattia celiaca o allergia al grano.

Recenti evidenze indicano un ruolo nella NCGS anche di altre proteine del grano,
come gli inibitori della amilasi-tripsina e dei FODMAPs (Fermentable Oligo-Di- and
Monosaccharides and Polyols) contenuti nella dieta. Il meccanismo alla base della NCGS è un’alterazione innata dell’immunità.

I numeri della NCGS

Non considerando i casi ben definiti di malattia celiaca, il 20-45% degli adulti che auto-segnalano una ipersensibilità alimentare attribuisce al glutine il ruolo di fattore scatenante i sintomi.

  • I soggetti più a rischio sono giovani adulti e donne
  • Sono affette da NCGS da 1 a 6 persone su 100

I sintomi della NCGS

  • SINTOMI GENERALI
    Cefalea
    Dolori muscolari
    Stanchezza cronica
  • SINTOMI COMPORTAMENTALI
    Depressione
    Ansia
    Iperattività
  • SINTOMI CUTANEI
    Eczema
    Eritema
  • SINTOMI GASTROINTESTINALI
    Diarrea
    Dolori addominali
    Flatulenza
    Gonfiore addominale
    Nausea
    Stipsi

Quando sospettarla

La NCGS può essere sospettata quando la sintomatologia scompare con l’esclusione del
glutine dalla dieta e ricompare entro ore o giorni dopo la sua reintroduzione.

Come diagnosticarla

La diagnosi di NCGS al momento è solo una diagnosi di esclusione, caratterizzata dalla
negatività degli anticorpi specifici della malattia celiaca, o degli anticorpi associati
all’allergia al grano e dall’assenza delle lesioni della mucosa duodenale, caratteristiche
della malattia celiaca.

E per il trattamento?

Il trattamento è lo stesso della malattia celiaca o dell’allergia al grano, ovvero
l’eliminazione del glutine dalla dieta, ma va iniziato solo dopo una accurata diagnosi.
Generalmente, la scomparsa dei sintomi avviene in pochi giorni. Non è ancora noto per
quanto tempo il glutine deve essere escluso dalla dieta, ma sembrerebbe necessario un
periodo di tempo inferiore ad 1-2 anni.

Fonte: Momento Medico

Dieta senza glutine Pioltello

La malattia celiaca: i punti base per capirla

La malattia celiaca (o celiachia) è una infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine da parte di soggetti geneticamente predisposti.
La celiachia è caratterizzata da un quadro clinico variabilissimo, che va dalla diarrea profusa con marcato dimagrimento, a sintomi extraintestinali, alla associazione con altre malattie autoimmuni. A differenza delle allergie al grano, la celiachia non è indotta dal contatto epidermico con il glutine, ma esclusivamente dalla sua ingestione.

Non solo sintomi gastrointestinali

  • Sintomi ematologici (anemia sideropenica resistente al trattamento marziale)
  • Sintomi endocrinologici (ritardo puberale e bassa statura)
  • Sintomi neurologici (atassia cerebellare, spesso accompagnata da neuropatia
    periferica)
  • Ipertransaminemia ed epatite criptogenetica
  • Ipoplasia dello smalto e afte ricorrenti a livello del cavo orale
  • Dermatite erpetiforme (caratterizzata da rash cutaneo simmetrico altamente
    pruriginoso con papule sottoepidermiche)

La celiachia è una malattia genetica?

  • La predisposizione genetica è dimostrata dalla maggiore prevalenza della celiachia
    nelle famiglie con un caso indice
  • Chi ha un gemello monozigote affetto da celiachia ha un’altissima probabilità
    di sviluppare la malattia

E per il trattamento?

La dieta aglutinata è l’unica terapia disponibile per la celiachia e va eseguita con rigore per tutta la vita. Introdurre il glutine a 12 piuttosto che a 6 mesi, come avviene di norma, non modifica il rischio globale, pur ritardando la comparsa di celiachia, ma potrebbe ridurre il rischio di sviluppare questa condizione nei bambini ad alto rischio genetico.

Fonte: Momento Medico

Le emozioni? Altro che 6, sono ben 27!

Rabbia, felicità, tristezza, sorpresa e disgusto non sono più le uniche categorie in cui inserire le nostre emozioni. Ebbene sì, fatevene una ragione: queste sono solo alcune delle emozioni che siamo in grado di provare.

La nostra gamma emotiva sarebbe molto più ampia: lo dice uno studio della University of California, pubblicato su Pnas, che aggiorna e amplia le emozioni fondamentali nell’essere umano. Il team guidato da Alan S. Cowen e Dacher Keltner ha messo mano alla lista che comprendeva solo 6 categorie di emozioni (felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, paura e disgusto)), aggiungendone ben altre 21.

Come hanno fatto? Hanno analizzato con modelli statistici innovativi le risposte emotive di 853 volontari a una serie di video (dai 5 ai 10 secondi), pensati proprio per evocare emozioni. Divisi in 3 gruppi a cui hanno assegnato compiti diversi (emozioni libere, una scelta di sensazioni e una scala di intensità), con le risposte sono riusciti a identificare che le categorie emotive erano davvero diverse.

Da qui la realizzazione di una mappa interattiva degli stati di animo associati ai vari video: a ogni colore corrisponde un’emozione molto più complessa e sfumata di quanto si sia pensato fino ad ora.

Ma quali sono queste 27 categorie? Eccole: ammirazione, adorazione, apprezzamento estetico, divertimento, ansia, soggezione, imbarazzo, noia, calma, confusione, desiderio, disgusto, dolore empatico, estasi, invidia, eccitazione, paura, orrore, interessamento, gioia, nostalgia, amore, tristezza, soddisfazione, desiderio sessuale, simpatia, trionfo.

Malattie dell’intestino, stop alle infiammazioni con l’interferone di tipo III

È grazie agli interferoni di tipo III che il nostro sistema immunitario riesce a limitare i processi infiammatori che avvengono a livello dell’intestino e i danni tissutali che ne conseguono.

Questo il risultato della ricerca coordinata da Ivan Zanoni e Francesca Granucci, rispettivamente ricercatore e docente di patologia generale presso il Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con Achille Broggi, ricercatore dell’Harvard Medical School presso il Boston Children’s Hospital, Divisione di Gastroenterologia, e appena pubblicata sulla rivista Nature Immunology.

Le malattie infiammatorie dell’intestino, come la colite ulcerosa o la malattia di crohn, che in inglese prendono nome di Inflammatory Bowel Diseases (IBD), sono patologie che si sviluppano quando il sistema immunitario si attiva in modo inappropriato nei confronti del microbiota (insieme dei microrganismi che convivono con il nostro organismo senza danneggiarlo) causando infiammazione e danno ai tessuti.

Per la prima volta, lo studio ha dimostrato che gli interferoni di classe III modificano direttamente l’attività dei neutrofili, importanti fagociti del sistema immunitario che, tra le numerose funzioni, svolgono un ruolo chiave durante lo sviluppo delle malattie infiammatorie dell’intestino.

Si è infatti notato che mentre l’assenza o il blocco degli interferoni di tipo III comporta un aumento del processo infiammatorio dell’intestino e del danno tissutale, la loro presenza riduce la produzione di radicali liberi da parte dei neutrofili stessi, riducendo di conseguenza i danni a livello dei tessuti.

Realizzato su modelli animali e in cellule umane, lo studio ha dimostrato il ruolo fondamentale degli interferoni di classe III nel combattere lo sviluppo delle malattie infiammatorie dell’intestino.

 «La nostra scoperta apre al possibile utilizzo degli interferoni di tipo III come potenziali agenti terapeutici per curare le malattie infiammatorie dell’intestino – spiega Ivan Zanoni, uno dei principali autori della ricerca e che attualmente svolge parte della sua ricerca presso la Harvard Medical School – Queste malattie sono in continuo aumento e solo in Italia affliggono centinaia di migliaia di persone. In passato si era tentato di utilizzare in clinica gli interferoni di tipo I, ma con scarso successo. Il nostro lavoro ha dimostrato invece che quelli di tipo III agiscono in modo molto piu’ selettivo e vanno a ridurre l’attivita’ infiammatoria di specifiche cellule coinvolte nelle malattie infiammatorie intestinali. Ulteriori ricerche sono gia’ iniziate per confermare le proprieta’ terapeutiche di questi interferoni».

«Il nostro lavoro – aggiunge Francesca Granucci –  oltre ad un possibile utilizzo terapeutico degli interferoni di tipo III, apre importanti prospettive dal punto di vista della ricerca di base. Abbiamo infatti scoperto un meccanismo unico con cui questa classe di interferoni svolge le proprie funzioni anti-infiammatorie. L’identificazione di tutti gli altri  componenti molecolari richiesti affinchè gli interferoni di tipo III possano svolgere la propria attività è un campo di ricerca molto aperto su cui investiremo energie e risorse nei prossimi anni».

Rientro ko: freddo, mal d’autunno e virus

Settembre mio non ti conosco. O quanto meno, diciamo che non ce lo aspettavamo questo cambio di clima repentino. Il controesodo di inizio di settembre non porta nulla di buono: gli sbalzi termici uniti alla metereopatia, fanno sì che il “mal d’autunno” sia già arrivato con le sue conseguenze umorali e psicologiche.

E l’organismo eccolo subito sotto stress e indifeso contro l’attacco dei virus. Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano, stima almeno 20mila infezioni in più alla settimana tra quelle respiratorie e quelle intestinali.

Ma anche solo febbroni passeggeri a qualsiasi età: rotavirus, coronavirus, virus parainfluenzali e qualche enterovirus saranno i nostri compagni nascosti nei prossimi giorni a quanto pare.

Non bastava il rientro in ufficio….

Fonte: adnkronos.com

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